Giovanni Antonio Burrini
Bologna 1656 - 1727
Mercurio, 1681-90
olio su tela, cm 91 x 76


Il dipinto può essere collocato negli anni ottanta della produzione dell'artista, anni cruciali per l'espressione della sua poetica che, mettendo a frutto le migliori sollecitazioni dell'apprendistato Canuti/Pasinelli, l'amicizia per il giovane Crespi e soprattutto la passione per il colorismo veneto, riesce ad indirizzare la sua esuberante creatività e la sua innata rapidità di esecuzione verso risultati di grande immediatezza e di forza emotiva.
Anche in quest'opera si impone la forza costruttiva del colore, steso con pennellate corpose e brillanti, che individuano l'anatomia contratta di Mercurio, caratterizzato dai suoi attributi tipici, il caduceo e il copricapo alato.

Il primo apprendistato è a Bologna presso la bottega del Canuti, dove lo scopre Giulio Cesare Venenti, incisore dilettante, che lo ospita in casa sua sfruttandone le capacità di disegnatore per copie da capolavori artistici da lui poi tradotti in incisione.
Nel 1672, quando Canuti chiamato a Roma scioglie la sua bottega, Burrini passa alla scuola di Pasinelli, dove si distingue per la notevole libertà pittorica contrapponendosi all'altro allievo del maestro, G.G. Dal Sole, ben più ossequioso ai dettami del classicismo. Esemplare la loro contrapposizione nelle committenze offerte dal Duca di Mirandola che, attorno al 1682, ordina al Burrini la pala con il Martirio di Santa Vittoria per il Duomo della cittadina e al Dal Sole il Martirio del B. Nicolò Pico Minore Osservante per la chiesa di Concordia. Secondo il resoconto dello Zanotti (1739) la rapidità e la scioltezza inventiva di Burrini provocarono nel Dal Sole sgomento e depressione, tanto che dovette intervenire Pasinelli, rincuorando l'allievo prediletto e "assicurandolo, che l'emulo suo non gli sarebbe andato presso, non che innanzi, e veramente certi spiriti vivaci, i quali più si fidano nel favore della natura, che nello studio, e nella fatica, fanno talora per alcun tempo gran cose, ma rallentandosi poi con gli anni lo spirito, nulla o poco loro rimane...".
L'opera per Mirandola inaugura, nella produzione di Burrini, la sua stagione neo-veneta, uno studio accanito sui grandi cinquecentisti veneti, in particolare Tintoretto e Veronese, conosciuti anche nel corso di un soggiorno a Venezia.
Tra il 1686 e il 1688 è il significativo sodalizio con Giuseppe Maria Crespi, più giovane di nove anni, con cui condivide lo studio e le esigenze di rinnovamento dell'arte. Importante la sua attività di decoratore, dove può mettere a frutto quella "facilità" che sempre caratterizza la sua arte: in particolare il ciclo di affreschi della Villa Albergati a Zola Predosa (1681-1684), gli interventi a Novellara (oggi perduti), le opere eseguite a Torino, dove viene chiamato nel 1686 dal principe Filiberto di Carignano, gli importanti affreschi a Bologna in casa Alamandini (1690). Con la fine del secolo la sua attività rallenta notevolmente, secondo Zanotti, primo biografo dell'artista, a causa dell'esaurirsi della sua vena creativa e al suo desiderio di arricchirsi in modo facile dedicandosi a "compere, bazzarri, e rivenderi di ogni sorta di cose" (Zanotti, 1739). In realtà la critica recente ha rivalutato anche l'ultima parte della sua produzione, in particolare la pala della Chiesa di Santa Caterina di Saragozza, raffigurante Il Martirio di Santa Caterina, ultimo suo dipinto noto, che testimonia una sicura impostazione formale, pur nell'ambito degli ultimi modelli classicisti. Burrini è tra i fondatori dell'Accademia Clementina nel 1709 e nel 1723-24 ne ricopre la carica di settimo principe.