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Il dipinto raffigura Mosé che, secondo il racconto dell'Esodo,
scaglia a terra le tavole dei Dieci Comandamenti, indignato per
il comportamento degli Ebrei che, in sua assenza, avevano ripreso
ad adorare i loro idoli.
L'opera ha una storia collezionistica ben documentata. Carlo Cesare
Malvasia la ricorda nel 1678 come "un Mosé grande quasi più del
naturale" nelle collezione di Palazzo Barberini a Roma. I Barberini
erano fra i più importanti protettori romani dell'artista ed è quindi
probabile che commissionassero direttamente il dipinto. Dello stesso
soggetto esiste un'altra versione eseguita per il nobile Scipione
Borghese ed ora nella Galleria Borghese di Roma.
La critica concorda nel ritenere l'opera eseguita
dopo il 1620, riferibile dunque al periodo in cui la poetica di
Reni si caratterizza nella ricerca di equilibrio tra l'adesione
alla resa del naturale, memore dell'esperienza dei Carracci, e una
sempre più avvertita tendenza all"'ideale" verso cui si orienterà
la sua produzione artistica.
La figura del Mosé campeggia con forza nello spazio
del dipinto, la sua monumentalità è accentuata dalla rigida scelta
cromatica, orchestrata in un sapiente variare di grigi e di bruni,
ma poi arditamente smentita dalle note squillanti del mantello rosso.
La forza drammatica e teatrale che anima la rappresentazione appare
- rispetto alla produzione di questi anni - come trattenuta da un
rigore mentale e da uno sforzo di concentrazione che prelude al
pieno classicismo che caratterizza la produzione di Reni degli anni
trenta.
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