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LAVORATRICI E PENSIONE | 15.06.2026 

Come ridurre il pension gap e gestire carriere discontinue

Scopri cos'è il gender pension gap e come tutelare la tua pensione futura tra fondi integrativi, riscatto laurea e RITA. 

donna che sorride mentre lavora
donna che sorride mentre lavora
donna che sorride mentre lavora

GENDER GAP RETRIBUITIVO, TRA LAVORO E PENSIONE.

Il gender pension gap: cos'è e come influisce sul futuro delle donne?

Il gender gap retributivo (spesso chiamato gender pay gap) è la differenza tra il salario medio percepito dagli uomini e quello percepito dalle donne. In parole semplici, indica quanto meno guadagnano le donne rispetto ai colleghi uomini, a parità di tempo lavorato.

Pause di lavoro, part-time e carichi di cura pesano sul futuro previdenziale delle donne creando un gender gap retributivo, in questo articolo capiremo come recuperare terreno con simulazioni ed esempi pratici per i diversi profili per età, parleremo di fondi pensione, riscatto laurea e Rita. L’obiettivo? Aiutarti a costruire un piano realistico che tenga conto dei tempi di vita e aiuti a colmare il divario. 

Il gender gap retributivo influisce negativamente sulla vita lavorativa delle donne. Ma i suoi effetti si sentono anche dopo. Esiste un secondo scalino, un secondo "tetto di cristallo" che discrimina le donne rispetto agli uomini anche una volta uscite dal mondo del lavoro. È il gender pension gap, ovvero il divario pensionistico di genere: quel fenomeno per cui le lavoratrici ricevono, in media, pensioni significativamente più basse dei loro colleghi.

I dati Inps ci dicono che in Italia questo divario tocca il 34%: la media delle somme mensili che i pensionati ricevono dall'istituto supera quella delle donne di circa un terzo. Conoscere questi dati è il primo passo per prenderne consapevolezza, e la consapevolezza è il primo strumento di difesa. In questa guida vedremo come recuperare terreno attraverso scelte strategiche, dai fondi pensione al riscatto della laurea, fino alla Rita.

CAUSE DEL DIVARIO PREVIDENZIALE

L’anatomia del gap: perché le donne rischiano di più?

Il divario è generato innanzitutto dal dislivello tra le retribuzioni maschili e quelle femminili. Le donne tendono a guadagnare meno lungo tutto il corso della carriera, e più il livello sale, più la disparità si fa sentire. Se la retribuzione media oraria di una laureata è di 20,3€, quella di un laureato è di 24,3€: un differenziale del 16,6% che sale al 30% per le figure dirigenziali.

A peggiorare la situazione interviene il sistema di calcolo contributivo. Per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996, l'assegno è calcolato esclusivamente sulla base dei contributi versati, senza più parametrarsi al livello delle ultime retribuzioni: chi meno versa, meno riceverà.

Alla luce di questi fattori sono essenzialmente tre le ragioni per cui le lavoratrici sono più colpite dal gender pension gap:

LE 3 RAGIONI DEL GENDER GAP

Perchè le lavoratrici sono più colpite dal gender pension gap?

Le pause per maternità prima, per l'assistenza a familiari anziani poi, creano gap contributivi che si ripercuotono nel conteggio finale. Anche i contributi figurativi versati alle neomamme in congedo non sono calcolati sulla retribuzione reale, ma sulla base di massimali, spesso più bassi.

Le interruzioni di carriera e i part time (che riguarda nel 64,4% dei casi lavoratrici donne) spesso non sono frutto di una scelta spontanea, ma una necessità per conciliare vita e lavoro. In Italia le donne lavorano in media 25 anni (9 in meno rispetto agli uomini), contro un divario medico Ocse di 6 anni.

Le donne vivono mediamente più a lungo. Paradossalmente questo penalizza il calcolo della pensione, poiché il capitale accumulato viene spalmato su un numero maggiore di anni attesi.

IL FONDO PENSIONE: STRUMENTI E SIMULAZIONI PER LA PREVIDENZA

Il peso del tempo e del risparmio: la previdenza complementare

Il modo più semplice per evitare di trovarsi con una pensione troppo bassa è crearsi una "pensione di scorta", la cosiddetta previdenza complementare, ad esempio aprendo un Fondo Pensione.

Prima di decidere quanti soldi metterci o come investirli, però, bisogna fare un passo indietro e capire di cosa si ha davvero bisogno. In pratica, devi calcolare quanto ti mancherà ogni mese per mantenere il tuo stile di vita una volta smesso di lavorare. Per farlo non devi indovinare: puoi ottenere facilmente una stima della tua futura pensione usando "Pensami", il simulatore gratuito dell'INPS, oppure i servizi simili messi a disposizione dalle casse professionali (come Inarcassa per gli ingegneri e architetti o la Cassa Forense per gli avvocati).

Una volta avuta la stima, si può iniziare a ragionare sulla strategia da applicare. Ecco tre possibili scenari:

3 soluzioni, 3 età diverse.

Cosa fare per colmare il gender pension gap?

Prendiamo il caso di una dipendente di 30 anni con una retribuzione lorda di 25.000€ (circa 1.500€ netti al mese). Andando in pensione nel 2061, la lavoratrice potrebbe percepire dall'Inps circa 1.800€ netti, a fronte di un ultimo stipendio stimato di 2.600€. Versando circa 100€ al mese in un fondo pensione, potrà aggiungere alla rendita finale circa 200€ al mese.

Va detto, a questo proposito, che essendo giovane e avendo molto tempo davanti a sé prima del pensionamento, la lavoratrice potrà scegliere per il suo fondo una linea di investimento dinamica (che punta cioè sul comparto azionario, più rischioso ma consigliato sul lungo periodo), più redditizia.

Iniziando a 40 anni, con uno stipendio lordo di 35.000€ (tra i 1.900€ e i 2.000€ al mese netti), secondo le simulazioni la lavoratrice potrebbe percepire a parità di scenario e di prospettive, una pensione di circa 1.940€ netti, contro un ultimo stipendio stimato di 2.800€.

Per arrivare ad avere la stessa integrazione di 200€ attraverso un fondo pensione, le serviranno in media da circa 180€ al mese (se vorrà optare per un comparto azionario, come la collega più giovane) a circa 250€ (in caso di linea di investimento più prudente).

Una lavoratrice over 50 con la stessa retribuzione, e cioè tra i 1.900€ e i 2000€ al mese che si maniente stabile per tutta la carriera, riceverà un assegno mensile pensionistico che si aggira intorno ai 1.550€ netti al mese, a fronte di  un ultimo stipendio netto mensile stimato di 2.400€.

Qualora decidesse di aderire a un fondo pensione o aprire un piano pensionistico per ottenere l'integrazione di 200€ dovrebbe versare almeno 350-400€ al mese, perché il tempo a sua disposizione è inferiore e i comparti consigliati a chi ha un orizzonte temporale non lunghissimo sono più prudenti ma meno remunerativi. Avrebbe comunque la possibilità di godere dei vantaggi fiscali che altri tipi di investimento non offrono.

Agevolazioni fiscali

Previdenza complementare e Fisco: perché conviene?

A questo punto vale la pena soffermarsi sulle caratteristiche che rendono la previdenza complementare un'opzione vantaggiosa, anche paragonata ad altri tipi di investimento. Strumenti di questo tipo offrono benefici fiscali che si traducono in vantaggi finanziari diretti. Eccoli:

  • Deducibilità: le somme versate possono essere sottratte dal reddito imponibile fino a circa 5.200€ l'anno, permettendo di pagare meno Irpef;
  • Doppia contribuzione (il “regalo” del datore di lavoro): se la dipendente sceglie il fondo di categoria e versa oltre al suo Tfr un contributo volontario, il datore di lavoro è obbligato per legge a versare una quota aggiuntiva a suo favore. È una risorsa che accresce gratuitamente la pensione futura.
  • Tassazione agevolata: le rendite finanziarie sono tassate in Italia al 26%, il Tfr è sottoposto a un'aliquota Irpef calcolata sulla media degli ultimi cinque anni (che parte quindi da un minimo del 23% e sale con il reddito). La pensione integrativa gode invece di un’aliquota agevolata del 15%, che scende man mano che crescono gli anni di partecipazione al fondo, fino ad arrivare al 9% dopo 35 anni. Questo significa che, a parità di capitale accumulato, chi aderisce a una forma di previdenza complementare percepirà una somma più alta.

Rendita Integrativa Temporanea Anticipata

La RITA: usare la previdenza integrativa per andare in pensione prima

La Rita (acronimo che sta per Rendita Integrativa Temporanea Anticipata) permette di utilizzare tutto o parte del tesoretto accumulato nel fondo pensione per smettere di lavorare fino a 5 anni prima dell'età per la pensione di vecchiaia, o 10 anni prima in caso di inoccupazione prolungata (oltre 24 mesi). 
Il montante accumulato con gli anni di contribuzione integrativa diventa quindi uno strumento per lasciare prima il lavoro, senza rinunciare a un'entrata mensile, in attesa della pensione vera e propria. Le somme utilizzate per la Rita, inoltre, godono anch'esse di una tassazione agevolata, cioè una ritenuta a titolo d’imposta del 15%. Superato il quindicesimo anno di partecipazione alla forma pensionistica, la percentuale si riduce dello 0,30% ogni anno e può scendere fino al 9%.

I requisiti per richiedere la Rita sono l'avere totalizzato almeno 20 anni di contribuzione obbligatoria e 5 di integrativa, e non svolgere nessun'altra attività.

Esempio pratico: come funziona il riscatto parziale con la RITA

Certo, richiedere la somma anticipatamente significa rinunciare a un'integrazione futura della pensione, ma si può scegliere di riscattare anche solo una parte del capitale, lasciando il resto per il dopo pensione.

Poniamo quindi che una lavoratrice iscritta a un fondo pensione da 28 anni decida di uscire dal mondo lavoro due anni prima, e poniamo che il montante accumulato sia di 80.000€. Chiedendo con la Rita di avere in anticipo il 60% del capitale, subirà una tassazione con un'aliquota dell'11,1%. A conti fatti potrà intascare 42.672€ netti, che spalmati su 24 mesi corrispondono a 1.778€ al mese. Il resto del capitale le servirà per la piccola rendita mensile aggiuntiva alla pensione.

Calcolo contributivo anni di studio

Il riscatto della laurea: conviene davvero?

Un'alternativa, utile soprattutto ad avvicinare il traguardo della pensione e in qualche caso ad appesantire la rendita mensile, è il riscatto della laurea, che consiste nel versare all'Inps i contributi relativi agli anni spesi durante gli studi universitari. Dal 2019 esiste una formula agevolata che consente di versare 6.123,15 (dato aggiornato al 2025) per ogni anno di corso e può essere fino al 70% più economico rispetto al riscatto ordinario. In questo secondo caso, infatti, il costo viene determinato calcolando la retribuzione lorda percepita dal lavoratore negli ultimi 12 mesi precedenti la domanda. Lo scopo del riscatto è principalmente aumentare gli anni di contribuzione, per accorciare le distanze dall'uscita dal lavoro.

Uno degli aspetti positivi di questa formula è la possibilità di dedurre dal reddito l'intera spesa e rateizzarla in 10 anni senza interessi, ma l'opzione resta in entrambi i casi (specie nella forma ordinaria), una scelta costosa, a fronte del fatto che spesso, nonostante i congrui versamenti, il riscatto non aumenta significativamente l'importo della pensione.

C'è poi da considerare il fatto che per chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996 e avrà una pensione calcolata sul sistema “misto” (più conveniente, perché calcolata non solo sui contributi versati ma in parte anche sulla media delle retribuzioni percepite), riscattare con il metodo agevolato comporta il passaggio forzato al sistema contributivo, scelta che va valutata con attenzione con un consulente.

Road map previdenziale

Consigli pratici per un piano realistico

Che fare allora di fronte a questa rosa di opzioni? E come muoversi? Ecco qui una breve road map che può aiutare ad orientarsi:

1. Controlla i tuoi contributi

La prima cosa da fare è controllare l'estratto conto contributivo per verificare la propria situazione e verificare se e dove ci sono buchi contributivi. Ogni cassa previdenziale mette a disposizione degli iscritti l'estratto conto digitale, che può essere consultato in ogni momento. Quello dell'Inps si consulta qui.

2. Fai una simulazione della tua pensione.

I simulatori online possono darti un'idea di partenza e uno scenario attendibile. Se desideri avere un quadro preciso puoi rivolgerti a un patronato, un Caf o a un consulente del lavoro.  

3. Verifica l’opzione della previdenza complementare

Un consulente può aiutarti a scegliere il prodotto migliore per te, la linea di investimento, l'impegno economico. Se vuoi confrontare più prodotti sulla base dei costi, qui c'è il comparatore del Covip. A quel punto potrai confrontare l'opzione del fondo pensione o del Pip con altre forme di investimento, valutando anche gli aspetti fiscali, e mettere sul piatto le diverse vie di uscita, come la Rita o il riscatto.

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